meditazione e neuroscienze

Si fa un gran parlare di meditazione, ed è cosa buona e giusta considerati gli effetti benefici della pratica, su tutti i livelli: fisico, emotivo e mentale.
Ma come si medita? Cosa vuol dire meditare? Ad una conferenza di Padre Anthony ascoltai la più semplice ed efficace definizione: meditare significa allargare lo spazio tra due pensieri.
Siamo costantemente immersi in pensieri: il passato ci rincorre, il futuro ci angoscia, gli impegni ci tormentano. Durante la pratica meditativa, si inizia a scorgere una pausa minuscola tra un pensiero e l’altro, un attimo di pace e di silenzio prima di ripiombare in un frenetico brusio mentale. Non serve avere concentrazione per meditare: la concentrazione arriva proprio grazie all’esercizio. Penso che il consiglio più importante e confortante contro lo scoramento stia nelle parole di Ram Chandra: è la meditazione che porta alla concentrazione, non è la concentrazione che serve a meditare.
Ovvero: quando si medita si sviluppano attenzione e concentrazione, che sono qualità già presenti in noi ma allo stato embrionale, messe in gioco fin dall’inizio per quanto possibile.
E’ come andare in palestra… possiamo sollevare pochi pesi se non siamo allenati. Ma li solleviamo perché comunque qualche muscoletto l’abbiamo. Piano piano, un po’ alla volta, con tolleranza e disciplina. E il sollevare pesi porta allo sviluppo muscolare che permette pesi sempre maggiori.
Quindi nessuno sconforto, ma tanta santa pazienza 🙂

E quindi?
Quindi ci si siede con la schiena diritta, si chiudono gli occhi e si respira.
Un sacco di pensieri si affacciano in questo momento, dallo scettico “ma cosa sto facendo” al più classico “ma lo sto facendo nel modo giusto?” passando per “oddio mi sono dimenticato di…. (inserire qualsiasi azione non funzionale a ciò che si sta facendo, cioè il provare a concentrarsi).
Nessun paura, anche se lo scoraggiamento incalza.
Questi pensieri vanno osservati, non inseguiti, non allontanati, né giudicati. Ci sono, vanno accettati con un leggero sorriso sulle labbra.
Praticamente il consiglio, una volta chiusi gli occhi, è quello di porsi davanti a uno schermo bianco e fissarlo. I pensieri inizieranno a scorrere, li si possono visualizzare come dei sottotitoli, o dei titoli di coda: ci sono, li si nota con la coda dell’occhio, ma si continua a fissare lo schermo senza identificarsi in essi. 

La meditazione Vipassana, che l’occidente chiama Mindfulness, prevede una fase iniziale di osservazione del respiro: ci si concentra sul percepire l’aria che entra dalle narici e le sue qualità: è fresca, è morbida: com’è? E poi si pone l’attenzione sull’atto dell’espirazione: com’è l’aria? È forse più calda? 
E soprattutto… via quell’aura di serietà pomposa, e pronti a indossare un sorriso sereno e rilassato, stiamo per prepararci ad incontrare il nostro migliore amico, noi stessi! 

Ci sono tante altre tecniche meditative, ogni tradizione e cultura propone il suo percorso per ritornare a sé, ma imparare a disciplinare i propri pensieri è propedeutico a qualsiasi passo sul Sentiero.

 

“con le palpebre chiuse
s’intravede un chiarore
che con il tempo e ci vuole pazienza,
si apre allo sguardo interiore:
inneres Auge, das innere Auge”

(Franco Battiato, Inneres Auge)

Molti articoli sul tema sono in arrivo!

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